Battagliando
Sono tempi di lotta, anche al cinema, dove le battaglie si stanno lentamente moltiplicando
Intro
Combattere è tra i verbi più usati da qualche anno a questa parte. Online o altrove, la percezione di vivere perennemente in conflitto è senza dubbio una cifra del nostro tempo, in cui pure i conflitti veri e sanguinosissimi non sembrano mancare. Possiamo dire che sì, affrontiamo Una battaglia dopo l’altra, e non a caso questo è il titolo del nuovo film di Paul Thomas Anderson, uscito in sala il 24 settembre dopo mesi in cui l’attesa era diventata spasmodica.
Curiosamente tra le millemila interviste rilasciate per la promozione, lo stesso PTA (la bolla cinefila lo chiama così) ha detto al suo protagonista, Leonardo Di Caprio, di sentirsi molto più “uno che combatte col botteghino“ che un regista da cinema d’autore. Falsa modestia, ovviamente, ma ci si può leggere anche un rovescio della medaglia, ossia che persino un cineasta diventato un idolo per mezzo mondo si sente per qualche ragione in lotta col pubblico.
Non c’è pace, in pratica, sotto tanti, troppi punti di vista. Per Anderson questo film è un po’ il treno della vita, per anni è stato il regista indipendente più venerato della sua generazione, portandosi a casa premi da tutta Europa. Gli manca l’ultimo passo, Hollywood, e questa è la sua occasione per conquistare definitivamente anche il mainstream. Una battaglia anche questa, da cui è difficile prevedere come ne uscirà e come cambierà (se lo farà) la traiettoria della sua carriera.
Al di là di tutto, anche dessé ha la sua piccola sfida ed è quella di segnalare i film meno in vista rispetto ai grandi blockbuster. Un titolo con Di Caprio protagonista e un budget a otto zeri non può far parte della categoria. Per cui, ecco due proposte da non farsi scappare nelle prossime settimane.
Fa male dire che forse La voce di Hind Rajab ha perso la sua prima battaglia, quella che alcune settimane fa lo vedeva in concorso a Venezia e vicinissimo al Leone d’oro. Lo sappiamo, non è andata così, chi ha seguito la Mosca del Cinema sa anche che il film di Kaouther Ben Hania a mio modesto parere meritava molto di più del Gran Premio con cui è tornato a casa, tanto che lo avevo messo in cima alla classificona finale del concorso.
Dal 25 settembre è iniziata la sua battaglia successiva però, quella più importante: l’uscita in sala. Sull’onda delle proteste veneziane e del ritrovato impegno popolare a favore della Palestina, la distribuzione italiana ha scelto di mandarlo immediatamente nei cinema. Lì è iniziata un’altra battaglia, giocata ad armi impari con PTA e il suo mostruoso apparato pubblicitario. Ma questo rimane il film da vedere, non solo in questo momento storico ma forse nell’intera stagione.
È raro avere la possibilità di assistere a lavori che abbiano la stessa potenza di quello di Ben Hania. Certo, una potenza che nasce soprattutto dal fatto di cronaca: la lenta agonia di una bambina rimasta intrappolata in una macchina, sotto i colpi dell’esercito israeliano, nel nord della Striscia di Gaza. E senz’altro si può stare a discutere lungamente se sia davvero un bel film o solo la storia giusta al momento giusto. Eppure anche così saremmo di fronte a un film che ci spinge verso domande quantomeno interessanti.
Non sono le uniche, però. Perché con la scelta di utilizzare le vere registrazioni in cui la bambina chiedeva aiuto, Ben Hania apre squarci più grandi. Sbatte brutalmente su schermo quel che c’è dietro ai freddi numeri di morti ripetuti sui media, ci interpella chiedendo se possiamo accettare che una bambina muoia così, che un esercito possa comportarsi in questo modo atroce. Quale che sia la nostra percezione rispetto a Gaza, La voce di Hind Rajab nasce con l’intento di scuoterla. E ci riesce alla perfezione.
È una battaglia anche il lancio di una monetina. Con la sorte, con l’aria, con quello che vi pare, ma nel volteggiare delle due facce c’è la tensione tipica dei duelli. E d’altronde non esiste nel cinema un teatro migliore del buon vecchio West per duellare. Solo che in Testa o croce? quel West non è vecchio neanche un po’, è un posto completamente diverso, c’è persino il mare. Una battaglia anche questa se vogliamo, contro gli stereotipi del genere.
Il film è in sala dal 2 ottobre e viene da una coppia totalmente atipica. Matteo Zoppis e Alessandro Rigo de Righi non hanno nemmeno quarant’anni, hanno già diretto però due documentari e due film di finzione, compreso quest’ultimo. Un terzo si mormora sia già in fase di sviluppo. Insomma, due registi giovani e prolifici, schivi ma soprattutto decisi a non farsi incasellare. A margine, sono anche alla loro seconda presenza di seguito a Cannes, non proprio da tutti, ma stavolta hanno fatto un salto di qualità.
Testa o croce? è ambizioso, inutile girarci attorno. Basta guardare il cast: l’astro nascente del cinema francese, Nadia Tereszkiewicz, uno dei divi degli ultimi anni in Italia, Alessandro Borghi, e, nei panni di nientepopodimeno che Buffalo Bill, John C. Reilly, amatissimo attore statunitense, già nel cast di grandissimi registi oltreoceano. Se a questo ci si aggiunge il timbro di approvazione di un colosso, Francis Ford Coppola, arrivato qualche giorno fa, si capisce bene perché la critica italiana stia facendo a gara a chi spinge di più questo film tutto sommato ancora piccolo.
La realtà è che c’è qualcosa di ancora acerbo in Testa o croce? e allo stesso tempo qualcos’altro di molto affascinante. Forse è proprio la voglia di sfidare, di fare un film senza capo (è una battuta, ma solo vedendolo potrete capirla) né coda, solo sregolatezza, ancor più esaltata senza il genio a braccarla. Certo, a furia di non seguire i binari puoi finire fuori strada, però appunto, c’è qualcosa di comunque avvincente in un tandem che preferisce perdersi invece che percorrere le strade più battute. In fondo le sue battaglie più belle, il cinema, le ha vinte così. Un soldo di curiosità questi due lo meritano.
Outro
Recentemente il mondo del cinema si è ritrovato a piangere due divi molto diversi. Da una parte Robert Redford, la stella degli anni ‘70 statunitensi, affascinante e indomabile. Dall’altra Claudia Cardinale, l’emblema della bellezza mediterranea, protagonista di tutto il miglior cinema europeo. Metterli insieme è complesso, non solo perché non hanno mai recitato nello stesso film, ma anche perché si sono sempre mossi con traiettorie lontanissime, pur facendo parte della stessa epoca.
Cardinale è stata la musa per molti autori europei, come spesso capitava alle attrici splendide, di cui solo in seconda battuta ci si rendeva conto del talento. La battaglia della sua vita è stata quella, far riconoscere la capacità assieme alla bellezza. Nei tanti saluti, in molti hanno ricordato la voce, graffiata e tendente al francese. Per anni la doppiarono, per anni si arrabbiò, poi riuscì a imporla. Non le interessava che non fosse pulita, le interessava che fosse sua. Se oggi la sappiamo riconoscere è perché quella attrice irripetibile non si è mai data per vinta e ha continuato a insistere per essere qualcosa in più di una donna incredibilmente bella.
Redford invece è stato il divo atipico, uno dei pochissimi che abbia riflettuto davvero su cosa potesse fare del suo successo, come potesse sfruttarlo in maniera pratica senza pensare al tornaconto personale. Un atteggiamento che in Europa lo ha reso quasi un eroe. Gli esempi si sprecano e ne sono stati ricordati tanti nei numerosi saluti che giustamente gli hanno tributato. La battaglia più commovente è forse però quella del Sundance, il festival indipendente che fondò nello Utah per dare visibilità ai film che non si filava nessuno.
Quello spirito, certo con molto meno peso e capacità, è lo stesso con cui è nata questa newsletter. Nel salutarlo, allora, piuttosto che citare uno dei suoi film, mi sembra più giusto ricordare un altro western sgangherato, The whole shootin’ match di Eagle Pennell. Fu quel film, mai tradotto in italiano, che spinse Redford a creare il Sundance, a giocare la sua battaglia. Chi vuole, lo trova per intero su YouTube.
Ci sentiamo tra qualche settimana, come al solito buona visione.






