Il buco
Nel giorno degli Oscar, qui invece raccontiamo i buchi con quello che possono svelare e nascondere
Intro
Se si ascoltano con attenzione le interviste di chi, magari una sola volta nella vita, si è ritrovato tra gli invitati alla notte degli Oscar, spunta quasi sempre lo stesso aneddoto. Vale a dire essersi ritrovati uno sconosciuto di fianco, all’improvviso, poco dopo una pausa. È cosa nota, infatti, che l’Academy per la sua diretta tv abbia un terrore atavico dei buchi e ogni volta che qualche candidato si alza e lascia la platea viene sostituito da scicchettose comparse convocate esclusivamente a questo scopo.
Ha un certo fascino metaforico, questa paura dei buchi per la notte dorata del cinema mondiale. Proprio oggi che verranno assegnati i premi più ambiti mi sembra il caso di parlare di buchi da un’altra prospettiva. Magari quella che, prima ancora che questa newsletter iniziasse a raccontare la Mostra del Cinema, un bravissimo regista italiano aveva portato a Venezia in un film meraviglioso che si intitolava proprio così, Il buco. Michelangelo Frammartino era partito dall’esplorazione di una cava in Calabria, l’Abisso del Bifurto, per raccontare le due velocità del Nord e del Sud negli anni ‘60, così come un mondo contadino che sarebbe presto scomparso.
Un buco certamente sottrae per natura, ma se osservato con attenzione può essere il punto di partenza per riflettere sul nostro modo di vivere. Starci attenti è anche necessario: se trascurato, un buco, può affondare anche un piroscafo. Dal 5 marzo sono arrivati in sala due film che parlano esattamente di questo, anche se in maniera diversa. Tra l’altro sono anche due nostre vecchie conoscenze, partiti l’uno da Berlino e l’altro da Venezia.
La Berlinale 2025 era stata più calma di quella appena passata (non che ci voglia molto) ma anche migliore, in termini di concorso. Tra i tanti film dedicati alle madri spuntava Se solo potessi ti prenderei a calci, firmato da Mary Bronstein e incentrato soprattutto sull’ottima interpretazione di Rose Byrne, che infatti fu premiata con l’Orso d’argento come miglior protagonista. Nella classificona di dessé era rimasto “solo” al nono posto, ma in una selezione di altissimo livello anche i bei film potevano rimanere bassi.
Oggi Byrne ha collezionato tutte le nomination più importanti, Oscar compreso. Sembra evidente che stanotte non lo vincerà, ma si è decisamente rilanciata sui palcoscenici di maggior pregio. Nel film di Bronstein è una psicoterapeuta su cui ricade interamente la gestione di una bambina con grandi problemi medici e alimentari. La macchina da presa resta quasi sempre incollata al suo viso, la bambina non la vediamo praticamente mai.
È l’espediente che Bronstein ha trovato, riuscitissimo, per farci percepire il peso costante sulla sua protagonista. Lo stile è quello del cinema dei fratelli Safdie, a cui la regista è molto legata e che sono qui in veste di produttori. Stile frenetico, inquadrature sporche, il focus sulle periferie, vere o presunte, d’America. Così come la voglia di giocare con i non protagonisti, nel nostro caso il rapper A$AP Rocky e il comico Conan O’ Brien, tra l’altro stupendo nel suo ruolo e presentatore proprio stasera della cerimonia degli Oscar.
I buchi nel film sono tanti, metaforici e non. C’è un buco nel soffitto della casa dove vivono madre e figlia. Ce n’è un altro, che scopriamo più avanti, attraverso cui passano degli alimenti. Infine c’è un buco più metaforico, quello della pozza in cui si può finire o ci si può sentire quando la vita ci soverchia. Un buco logorante, non certo una via d’uscita. Ma se non lo si lascia prosciugarci del tutto, in qualche maniera, anche con tutte le difficoltà del mondo ci si può imparare a convivere, magari anche rimarginandolo.
La vera sorpresa della Mostra del Cinema 2025 era stato La mattina scrivo di Valérie Donzelli, che l’ultima volta in cui ne avevo scritto non era ancora passato dalle imprevedibili maglie della traduzione italiana e si intitolava À pied d’œuvre. Dal Lido era tornato a casa con un meritato premio alla miglior sceneggiatura e adesso è entrato nel porto mai semplice delle sale italiane. Mai semplice perché le sale sono difficili da riempire, d’altronde il buco nero del provare a stare a galla con il lavoro culturale è proprio il cuore di tutto il film.
In un buco si trasferisce anche Paul, il protagonista, un tempo fotografo e ora scrittore. Ha dovuto lasciare il suo bel appartamento parigino perché i soldi, semplicemente, non ci sono più. Ora vive in un sottoscala che è quasi un sottosuolo, l’unica finestra affaccia sulla strada e riesce a vedere solo le caviglie dei passanti, condizione simbolicamente abbastanza esplicativa. Deve reinventarsi su un’app per lavoretti saltuari, cercando di ritagliarsi anche il tempo per scrivere.
Il film di Donzelli è a tutti gli effetti una riflessione sulla povertà, al di là del suo stereotipo. Una povertà più subdola, che può colpire anche chi a tutti gli effetti povero non sembra. La scena madre, probabilmente, è un dialogo a cena in cui la sorella di Paul si rifiuta di riconoscere il fratello per quello che è, ossia una persona che vive sotto la soglia di una vita dignitosa. In altre parole, rifiuta di vedere quella voragine che sta pian piano erodendo gran parte delle società occidentali.
Il buco è anche un altro, però. In La mattina scrivo è una falla, una perdita che coinvolge soprattutto il mondo culturale. Paul trova il successo letterario raccontando la sua condizione di scrittore part-time, ma anche questo non basta a uscire dalla sua situazione. Un paradosso che il cinema contemporaneo conosce bene, date le difficoltà sempre più grandi di trovare un finanziamento che non siano le piattaforme o i fondi statali. Proprio per questo il film di Donzelli aveva stupito tutti, per la sua lucidità nel disegnare i contorni della voragine in cui un intero settore sente di trovarsi.
Outro
Se questa newsletter si ostina a raccontare i festival di cinema è perché sono quelli i luoghi in cui questo strano mondo, a metà tra arte e industria, trova e ritrova ogni anno il suo corso. Dar forma a un festival significa progettare tanto le stagioni cinematografiche quanto il gusto del pubblico, saper dar spazio a un coro di voci variopinto, modellare il futuro prossimo e quello più lontano. Ci vuole una sensibilità estrema e una lungimiranza allenata, per far stare in piedi un festival.
Lo scorso 6 marzo il cinema italiano si è stretto attorno a un uomo che di festival ne ha creati a dozzine, Giorgio Gosetti. È morto all’improvviso, a settant’anni appena compiuti, e il buco che ha lasciato è di quelli che semplicemente non possono essere colmati. Suona retorico, lo so, ma più pragmaticamente manca la materia prima: non ci sono altre persone in grado di combinare, come Gosetti, spirito critico infiocchettato di ironia, una cultura sconfinata e un’eleganza aristocratica ma mai sprezzante.
Raccontare i festival serve anche per avvicinarli alle persone, per tagliare le distanze, perché non possono essere roccaforti isolate. Altrimenti, si creano cortocircuiti. Senza saperlo chiunque di voi è certamente incappato in una delle intuizioni geniali di Gosetti. Magari anche solo in un film selezionato dalle Giornate degli Autori a Venezia, la sezione collaterale della Mostra del Cinema che ha prima fondato e poi diretto fino all’ultimo giorno. Eppure, per il pubblico è sempre stato un illustre (quasi) sconosciuto. Sono buchi anche questi, di comunicazione o semplicemente di dinamiche. Rattopparli non è semplice, ma questo piccolo saluto spero valga come tentativo.






